Fruttero, qui saluta e lascia la scena col suo più bel sorriso …

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Solo una settimana fa ho sviscerato per l’ennesima volta la “tua” Donna della domenica che tanti spunti  continua a regalarmi ad ogni rilettura … Quell’essere così tipicamente torinese era, fra le infinite cose che amavo di te, quella che più cercavo di fare mia … Materiale me ne hai lasciato “grandissimo Fruttero, che qui saluta e lascia la scena col suo più bel sorriso”.

 

Paolo Tesauro Olivieri, professore d’altri tempi.

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Foto di Bruno Di Venuta

Paolo Tesauro Olivieri. Foto di Bruno Di Venuta

La prima volta che mi è stato chiesto di intervenire ad un convegno per parlare di Altavilla Silentina in qualità di storico dell’arte il mio primo impulso, lo ammetto, è stato quello di cercare notizie precise sulle ricchezze artistiche del capoluogo di cui all’epoca la mia conoscenza ancora peccava. Riconoscere ad occhio la grandiosità di Sant’Egidio e San Biagio, immaginare il passato intricato e glorioso del Castello e del Convento, piccoli mondi a parte, auspicare di godere un giorno delle tele ancora confinate non sarebbe bastato a giustificare la mia presenza. Tipico da me, volevo dati, date, informazioni, scritti, ricerche, studi. Fu così che per la prima volta mi imbattei nella sua straordinaria opera.

Preparato il mio discorso la gratitudine e la buona educazione mi obbligarono a citarlo e decisi di chiudere con la frase sua che più avevo fatto mia. “Termino con il Professor Paolo Tesauro Olivieri” dissi “che tanto ha dato alla memoria storica del nostro paese e in un’occasione giudicò Altavilla Silentina fortunata e sfortunata nello stesso tempo. Fortunata per la ridente posizione geografica, sfortunata per l’isolamento secolare a cui è stata lasciata per ignavia e poca lungimiranza dei nostri antenati”. Pleonasticamente invitavo poi a far tesoro degli errori passati. Un appello ingenuo il mio caduto nel vuoto come i molti precedenti dei soliti romantici. Oggi, mentre glielo racconto, scuote il capo, seduto composto sulla poltrona. L’età avanzata, oltre i novanta, la coperta di lana sulle ginocchia, le pantofole e l’abito da camera nulla tolgono alla classe e lo stile del professore d’altri tempi. Di quelli che non esistono più. Non ho bisogno di pregarlo perché è chiara la sua voglia di raccontare e regalarsi: “è meglio dare che ricevere” mi dice. E allora inizia il suo racconto con la lucidità di un ragazzone di vent’anni.

Nato ad Altavilla il 19 dicembre del 1919, all’età di 16 anni si trasferisce a Campagna per frequentare l’Istituto Magistrale dove si abilita nel 1938. Torna ad Altavilla per insegnare in località Galdo nella proprietà di Antonino Gallo che gli è anche compare avendo battezzato il figlio di questi Tarcisio, fratello di Padre Candido Gallo, altra fonte inesauribile di ricordi e testimonianze. Nel 1940, date le condizioni critiche del tempo, decide di arruolarsi nei Carabinieri e parte come allievo ufficiale. Appena finito il corso, il 10 giugno davanti alla solita folla fedele accorsa sotto Palazzo Venezia, Mussolini dichiara l’entrata in guerra pronunciando un discorso che Montanelli in “Storia d’Italia” definisce un collage di pretesti. Paolo Tesauro Olivieri è mobilitato con il Primo Reggimento Carabinieri e rimane tre mesi a Torino in attesa di partire per la Francia che però, agonizzante, chiede l’armistizio. Insieme ai compagni passa la frontiera orientale e sta per altri tre mesi in attesa di una definizione dei rapporti con la Jugoslavia per essere, in caso, reintegrato in prima linea. Intanto si decide per l’attacco alla Grecia e lui è inviato a tenere il fronte di Valona. Ricorda che in quell’occasione perdono la vita l’altavillese tenente Francesco Sambroia, padre della poi preside Emilia, e un altro altavillese di cui gli sfugge il nome. Fra dispetti e scaramucce infantili di Hitler e Mussolini la Grecia finisce nella tenaglia italo-tedesca ed è costretta nel mese di aprile a chiedere anch’essa l’armistizio. Fino a giugno il soldato aspetta un impiego poi è inserito nelle truppe di occupazione in Grecia e rimane ad Atene per 15 mesi. Vantando un titolo di studio riesce a rientrare a Firenze, lì si trattiene da settembre a dicembre per seguire e terminare il corso da sottufficiale. La sua legione è Bolzano dove arriva per operare al controllo passaporti in una frazione di confine. Dopo la data memorabile dell’8 settembre cade prigioniero dei tedeschi. In Germania rimane due anni ed è adibito come operaio e lavoratore alle caldaie. A questo periodo è riferito il suo scritto Il redivivo di Weimar. La mia prigionia nei “lagers” della Germania Nazista. Prima di partire per il servizio militare si era fidanzato con una maestra di Salerno, Giovanna Giovane, che sposa nel 1946 poco dopo il rientro dalla prigionia. Gli avvenimenti bellici incidono profondamente sulla sua vita: dato l’esito, accantona il desiderio di proseguire gli studi da allievo ufficiale e decide per la carriera scolastica. Segue un corso di due anni di magistrali, si prepara per il concorso che vince nel 1948 quando è già padre da un anno della prima figlia. Insegna in una quarta elementare di Albanella, poi nelle campagne: Riglio, Molino Vecchio, Olivella. Quest’ultima sulla carta in quanto non avendo aule disponibili il professore deve spostarsi a Galdo. Con la moglie, anche lei insegnante, e il resto della famiglia vive in una casa in campagna di sua proprietà. La vita è dura e per assicurare un futuro di studi ai figli, che nel frattempo sono già tre, decide di chiedere il trasferimento. Prima destinazione Scafati, poi Giovi, Mercatello, Vicinanza, Medaglie D’Oro dove finisce la carriera.

Di tutto questo mi informa con la precisione di un libro di storia e l’arte del romanziere. Mi tiene sospesa ad un filo ad aspettare colpi di scena che abbondano in “una vita che non basta un incontro a raccontarla” sussurra forse per incoraggiarmi a ripetere la visita. Un inizio difficile, di sofferenze e un prosieguo non da meno: la mamma persa a tredici anni, il secondo matrimonio del padre dopo due anni, gli altri figli di lui e poi la guerra, la miseria, la prigionia fino agli anni più sereni della maturità.

Altavilla in questa lunga esistenza gioca un ruolo di primo piano nonostante, a conti fatti, fra assenze per motivi di studio, guerra e definitivo abbandono nel 1957 lì ci viva meno di un ventennio. Le ragioni del suo attaccamento non fatico ad intuirle perché sono le stesse mie e non mi stupisco quando mi confessa che prova fastidio al pensiero che del suo lavoro si siano interessati soprattutto “quelli che stanno fuori”. Si riferisce a me e quelli che mi hanno preceduto: Nadia Parlante, Bruno Di Venuta, Gerardo Iorio, Oreste Mottola, il quale quest’ultimo è anch’egli in parte emigrante ed “ha fatto bene a scegliere Capaccio e Unico” perché ad Altavilla si “fascia e si sfascia”. Viene fuori la sua rabbia. Non si capacita dell’esistenza di realtà editoriali di prestigio e lunga vita in comuni minori come Postiglione e Controne, per non parlare delle chiese chiuse, i quadri scomparsi e il Castello in stato di abbandono da anni. Mi vuole convincere che ormai non patisce più al pensiero del degrado diffuso del paese perché “è sempre stato così” e continua “quando io vivevo ad Altavilla non esistevano sbocchi nella parte alta. Ora almeno ci sono le strade, è già qualcosa”. L’accondiscendenza però dura poco, prende fiato e riparte con tono duro: “quando ero giovane per lo meno c’erano i cantonieri, pulivano le cunette, ora che fanno? È caduto anche quel muro (si riferisce all’ultima frana)…e le campagne? Le abbiamo abbandonate”.

È una miniera di citazioni. Da William E. Gladstone, più volte ministro inglese, che nomina asserendo la necessità di investire i guadagni dell’industria nell’agricoltura per ottenere uno sviluppo omogeneo del territorio alle vicissitudini e parentele dell’ imperatore Augusto, da Giustino Fortunato a cui si aggancia per parlare dell’isolamento atavico del Cilento e degli Alburni a Guido Gozzano, nato lo stesso suo giorno che ci permette un veloce e piacevole ripasso dei concetti fondamentali del decadentismo. E poi Dante che “venera come un santo”. Il sommo poeta di cui segue la via lasciata e assume a comandamento il verso di una delle cantiche più atroci, la ventottesima: “coscienza m’assicura, la buona compagnia che l’uom francheggia sotto l’asbergo del sentirsi pura” ossia la coscienza rende sicuri poiché è valente compagnia e infonde coraggio all’uomo sotto la protezione della sua purezza. E ancora il Poeta per antonomasia da cui prende in prestito la “morte mi darà fama e riposo” con la quale ironicamente ammette che avrebbe meritato un’attenzione maggiore. Un riconoscimento almeno, dico io. Ma è troppo modesto per rinforzare. Scuote di nuovo il capo e si tuffa nel mare dei ricordi. “Sono di Altavilla, le mie radici sono lì, soprattutto quella materna. I Tesauro venivano da Bellosguardo e sono arrivati ad Altavilla tardi, nel 1850. Gli Olivieri, invece, ci sono dal 1578. Ho due cognomi perché mia madre non aveva fratelli maschi e siccome Olivieri è uno dei cognomi più antichi di Altavilla, lei nel testamento ha scritto che sarebbe stata orgogliosa se i figli lo avessero ereditato. Nel 1956 ho avuto l’autorizzazione dal Presidente della Repubblica. Allora il ministro di grazia e giustizia era Aldo Moro, lui firmò il mio decreto. Amo Altavilla anche per questo: la mia è una famiglia antica, in passato molto in vista; mio nonno è stato consigliere, vice sindaco”.

Come è arrivato a scrivere? A impegnarsi nella ricerca storica? “Qui a Salerno avevo ovviamente parecchie amicizie e colleghi. Con loro parlavo di storia e di letteratura. Mi dicevano: sai tante cose perché non ti iscrivi all’Università? Perché me ne devo andare in pensione, rispondevo. Ma io già scrivevo. Il primo libro è stato Annali dell’Associazione Maestri Cattolici poi Quattro secoli di memorie, dove ho parlato dei quattro secoli della famiglia Olivieri ad Altavilla. Questo prima di laurearmi. Poi un collega, un maestro come me, si è iscritto a Pedagogia e il suo gesto mi ha convinto. Così nel 1973 mi sono iscritto a Lettere e nel 1978 mi sono laureato in Materie Letterarie. Ho sempre continuato a scrivere”. Soprattutto del paese natio. “Sì. Su Altavilla ho pubblicato 30/40 lavori. Mi sono occupato dei quadri, delle chiese, di San Biagio, Sant’Egidio. Molti libri si trovano anche nella Biblioteca Comunale”. Peccato sia chiusa da quando l’ultimo dipendente è andato in pensione − evito di puntualizzare per non rincarare la dose. “Ho cercato di ficcare il naso, di penetrare nelle parti più impensate fino a quando, nel 1987, di ritorno da una delle mie incursioni ebbi un incidente automobilistico all’altezza dell’autostrada di Pontecagnano e i miei figli dissero che non ci dovevo più andare. Ci sono stato l’ultima volta nel 2009 con mio nipote”. Mi porge un libricino che ha recuperato per me, Orazio Solimene. Artista, personaggio benemerito Comproprietario del Feudo di Altavilla Silentina nella Seconda Metà del Settecento nel quale è ben esplicitata la tesi che mi spiega in sintesi. È riduttivo intitolare la strada più lunga del paese genericamente al Solimene, bisognava intitolarla a Orazio Solimene che “non si può non riconoscere, fra i Solimene, il maggiore benefattore nella Terra di Altavilla (…) dove ha lavorato con mente e cuore, lasciando pregevoli tele”[1]. Francesco, lo zio, considerato uno degli artisti che meglio incarnarono la cultura tardo-barocca in Italia, ormai ottuagenario, probabilmente neanche vide mai quella terra acquistata con suo denaro. Orazio invece, a differenza dei fratelli Gabriele e Gennaro più legati alle cose terrene, “pennelleggiando accanto allo zio, si affezionò tanto alla pittura e alle arti belle che non le lasciò più”[2] ed ebbe, inoltre, il merito di portare ad Altavilla artisti come Giambattista Vela e Nicola Peccheneda oltre che far innamorare dell’arte figurativa un giovane altavillese, tal Saverio Mottola che lasciò al paese, come gli altri due, diversi dipinti.

L’odore di minestra che arriva dalla cucina mi avverte che ormai ho poco tempo a disposizione. Una graziosa donnina sta apparecchiando una tavola semplice e curata. Siamo nel centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, dunque prima di salutarlo, non posso esimermi dalle domande di rito. “Ricordo un episodio” riprende come se narrasse dell’altro giorno “che mi raccontava mia nonna. Lei apparteneva ad una famiglia benestante, i Pipino, proprietari della casa dietro il Consorzio a Cerrelli. Una sera, quando aveva più o meno 12 anni, subito dopo l’Unità, due briganti fermarono il padre di ritorno dai campi, sulla strada del Magazzeno. Lui era a cavallo e gli ordinarono di scendere e seguirli. Lo portarono nella zona Ripalta che è un’ansa del fiume Calore, lì lo tennero per tre giorni e mandarono a dire alla famiglia che per la liberazione dovevano pagare. Erano della banda Tranchella. Ho anche una chiara immagine di Francesca Cerniello negli ultimi anni di vita. Deve essere morta verso il 1926/27. Aveva gli occhi cisposi, scalza, brutta, scarmigliata, grassa, doveva pesare almeno un quintale. Capelli grigi non bianchi. Sedeva sempre sul poggetto che c’era davanti al tabacchino e così passava le giornate, sola, emarginata per via del suo passato che non faceva onore al paese. Per due tre giorni nessuno la vide, poi la trovarono morta. Anche i topi l’avevano rosicchiata”. A proposito della condizione attuale del Sud mi risponde secco: “la mia vita militare l’ho trascorsa quasi tutta in alta Italia e ho visto come si agisce lì, in Piemonte, Veneto, Lombardia. Qui pensano solo all’assistenza”. Ci lasciamo trascinare di nuovo dal flusso dei discorsi a catena e di balzo in balzo arriviamo a parlare di Giotto, Michelangelo, dei Vangeli, degli interessi milionari che alimentano il calcio, su cui anche è preparatissimo, dell’esempio dato ai giovani dai briosi lunedì sera a colpi di Grande Fratello. Un volo pindarico per tornare ad Altavilla. Non può essere altrimenti. Su mia richiesta mi parla di Piero Chiara e Il Balordo, del caro amico Giuseppe Galardi, del maestro Cecchino Di Verniere e della solita invidia altavillese che continua ad irritarlo e non mi sento di negare. Mi trattengo ancora un po’ sulla porta per non perdere nulla di quell’incontro, fatico a congedarmi, ad allontanarmi da quello scrigno di saperi. Quel sorso d’acqua pura non mi ha dissetato del tutto. Il piatto che si posa sulla tavola è un educato messaggio della badante. Lo ringrazio con voce tremula ansiosa ora di correre a casa per congelare le emozioni su un pezzo di carta. “Ho studiato e pubblicato per arricchirmi e trasmetterlo agli altri perché la cultura non deve essere trattenuta ma trasmessa. Come diceva Mazzini: miglioratevi per migliorare”. Chiude confessandomi il suo rammarico: non aver studiato il greco. Penso a Socrate: una vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta, sosteneva. Tiziana Rubano


[1] P.T.Olivieri, Orazio Solimene. Artista, personaggio benemerito Comproprietario del Feudo di Altavilla Silentina nella Seconda Metà del Settecento, Salerno, 2007.

[2]  Ibidem

Al via il Giro Ciclistico della Piana del Sele. Il mio augurio.

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Oggi, domenica 18 settembre, con partenza alle 14,30 da Cerrelli di Altavilla Silentina avrà luogo l’annuale Giro Ciclistico della Piana del Sele che è anche 5°Memorial Giovanni Saponara. Questo il mio augurio ai partecipanti anticipato da un sincero ringraziamento a Vincenzo Mordente che sempre si adopera per la riuscita dell’evento e per diffondere i valori autentici dello sport.

Per chi, come me, è nato e cresciuto in Piemonte il ciclismo è personificato da un unico grande uomo e atleta, colui che solo citandolo evoca i valori autentici dello sport: Angelo Fausto Coppi. La parafrasi del nome, un po’ forzata invero, rimanda a significati altri che molto hanno in comune con la sua scelta di vita. Inviato, raccoglitore, recipiente e apportatore di gioia, felicità, momenti propizi. Il fine ultimo, e magari il principale, della competizione sana, quella che si riassume nella foto che divenne in un lampo il simbolo dell’antagonismo cavalleresco, quello che oggi chiamiamo fair play, ma fatichiamo a riscontrare. Era il 1952, durante il Tour de France, Coppi e Bartali, rivali di sempre, uno davanti, il secondo ad un passo, vengono immortalati mentre si passano una borraccia. Un gesto spontaneo, una cortesia, un condividere le fatiche della salita a rischio di agevolare l’avversario. Non si seppe mai chi si privò del suo per dissetare l’altro, ma che importa? L’acqua, simbolo per eccellenza di vita, ha legato i due corridori come un figlio che si forma nel ventre di madre e cammina al suo fianco in eterno. Due nomi, due personalità, due vite che spaccarono a metà l’Italia del dopoguerra svuotata e desiderosa di ricominciare riconoscendosi nei diversi valori che loro incarnavano. Anni in cui morì, in un tragico 4 maggio 1949, anche il mio Grande Torino, altro appiglio di una nazione bisognosa, per ripartire, di identificarsi in grandi esempi e così le maniche arrotolate da Valentino Mazzola prima di tagliare il campo alla ricerca del goal divennero quelle di tutti gli italiani famelici di vincere la loro partita. Il giorno dei funerali un unico abbraccio serrato scaldò la piazza di Torino, stringendo meridionali e piemontesi, tifosi granata e non, come a dire davanti alla grandezza non esiste divisione. Oggi, come allora, brancoliamo privi di certezze cercando stimoli, motivazioni, sostegni. Nell’aridità che ci circonda rare sono le zone di verde, una è quella dello sport, quello puro, delle rivalità azzerate, della superiorità riconosciuta. Allora ai ragazzi che si stanno preparando a montare sulla due ruote a Cerrelli per lanciarsi come uno sciame d’api a colorare la Piana assolata e ad inerpicarsi sulla collina carica di ulivi posso augurare che nella salita ritrovino la generosità di Coppi e Bartali e nella volata la grinta di Mazzola per arrivare al traguardo consapevoli che una bottiglietta d’acqua vale più di mille medaglie. Tiziana Rubano

GIRO CICLISTICO DELLA PIANA DEL SELE
16^ MEDAGLIA D’ORO CITTA’ DI ALTAVILLA SILENTINA
11° TROFEO BANCA DI CREDITO COOPERATIVO
DI ALTAVILLA SILENTINA E CALABRITTO
5° MEMORIAL GIOVANNI SAPONARA
6^Prova Giro Ciclistico della Campania

DOMENICA 18 SETTEMBRE 2011

Gara aperta agli Enti della Consulta Nazionale
RIMBORSO SPESE EXTRA REGIONALI A SOCIETA’ CON ALMENO 5 ATLETI ALLA PARTENZA – € 20,00 PER ATLETA

Programma della Manifestazione

Ritrovo dalle ore 12.00 alle ore 14.00 Verifica Licenze – Consegna Numeri Dorsali
Presso BAR LAURA sito in CERRELLI DI ALTAVILLA SILENTINA (SA)

Ore 14.30
Partenza: CERRELLI DI ALTAVILLA SILENTINA (SA)

Ore 17.30 Circa
Presso BAR LAURA sito in CERRELLI DI ALTAVILLA SILENTINA (SA) PREMIAZIONE ATLETI – EVENTUALI SERVIZI OFFERTI

CATEGORIE AMMESSE IN GARA A1 – A2 – A3 – A4 – A5 – A6 – A7 – A8 – DONNA
ISCRIZIONI ONLINE SONO GRADITE ONLINE SUL SITO INTERNET www.usacliclismo.it entro le ore 20.00 del 17 SETTEMBRE

Premiazioni (PREMI NON CUMULABILI):

PREMIAZIONE PRIMI TRE CLASSIFICA GENERALE

1° Assoluto Trofeo BCC di Altavilla Silentina e Calabritto + Cesto Alimentare
2° Assoluto Cesto Alimentare – 3°Assoluto Cesto Alimentare

MONTEPREMI EXTRA AI PRIMI 10 CLASSIFICA GENERALE
€ 300,00 COMPLESSIVI IN BUONI ACQUISTO

1°CAT. A1 – TARGA MEMORIAL G. SAPONARA

PREMIO SOCIETA’ – MEDAGLIA D’ORO CITTA’ DI ALTAVILLA SILENTINA
CON ASSEGNAZIONE PUNTEGGIO PER CATEGORIA : ALLA PRIMA SOCIETA’ PUNTI 5 – ALLA SECONDA 4 – ALLA TERZA 3- ALLA QUARTA 2 E ALLA QUINTA 1

TRAGUARDO VOLANTE AL KM 49.5 “ CERRELLI ” – CESTO ALIMENTARE

PREMIAZIONE PER CATEGORIA

1° CLASSIFICATO – 2°CLASSIFICATO – 3°CLASSIFICATO

PREMIAZIONE FINALE E ASSEGNAZIONE MAGLIE
9°GIRO CICLISTICO DELLA CAMPANIA

Disciplina: tutti i concorrenti dovranno, osservare e rispettare il Codice della Strada, le disposizioni dei G. d. G. – Direttore di Corsa e del Regolamento US ACLI Nazionale. È obbligatorio l’uso del casco rigido, maglia sociale o neutra.

Per quanto non contemplato nel presente, vige il regolamento US ACLI Nazionale.

PER ULTERIORI INFO CONTATTARE L’ORGANIZZATORE
SIG. MORDENTE VINCENZO AL             339 7113584

Coordinamento US ACLI Ciclismo Campania

La condizione femminile e l’influenza woolfiana nella scrittura di Anna Banti

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Parlando di lotta all’emancipazione femminile è impensabile, e forse addirittura ingiusto, non fare anche solo un veloce accenno a Virginia Woolf, una delle prime scrittrici in Europa che, attraverso la sua opera e la sua esistenza assolutamente fuori dalle righe per l’epoca, fece di tutto per rivalutare il ruolo della donna nella società. A Room of One’s Own[1], pubblicato nel 1929, saggio che riprende e completa quanto detto dall’autrice in due conferenze presso le università femminili di Newnham e Girton, fu da subito considerato un manifesto da generazioni di femministe. Anche inquadrare la figura di Anna Banti è difficile senza considerare l’influenza che certamente ebbe su di lei la scrittrice inglese. Sono innumerevoli i punti di contatto fra le due iniziando dalla passione della prima per la seconda di cui tradusse Jacob’s Room[2] e ne scrisse la prefazione. Entrambe furono spinte dai rispettivi padri, uomini di cultura, a sviluppare quel talento che esprimevano già in tenera età e mantennero sempre quella veste aristocratica, che costò loro l’accusa di snobismo, circondandosi unicamente di nomi che ritenevano “intellettualmente” degni. La Banti, in questo, era addirittura più rigida tanto da rifiutare qualsiasi discorso banale. Grazia Livi, in Narrare è un destino[3] intitola il capitolo a lei dedicato L’ultima regina e ricorda come la soggezione per colei che portava «la corona della letteratura sul capo» la faceva da padrona le volte che ebbe il privilegio di essere ricevuta in casa sua. «Quando penso agli incontri con lei – ormai ero già laureata, si era la fine degli anni Cinquanta  – penso subito a due parole che indicano una misura e uno spazio: basso e alto. E vedo una serie di azioni per le quali mi avvicino, guardo in su, salgo, sento un silenzio, alzo la testa, entro. Sono in una camera-studio. No, sono in una torre, una torre d’avorio. La grande scrittrice, in quegli anni, non è immaginabile altrove. Attorno […] non possono che esserci fitti libri in scansie ordinate, quadri, tendaggi, mobili di pregio, tappeti persiani. La sua qualità principale è la distanza dalla donna comune. Ma vi sono anche altre distanze: dalla vita domestica di cui non sa assolutamente nulla e che ha delegato agli altri, dalla maternità mai pensata come fine né come completamento, dalle chiacchiere dei salotti mondani, dall’uomo a cui è legata e di cui non porta il nome […] Sentivo l’autorevolezza di lei e mi comportavo esattamente come nelle aule dell’Università, o come davanti a mio padre che, essendo professore, aveva su di me un potere. La stessa tendenza ad annuire, a sorridere ad ogni battuta. Lo stesso turbamento a sentire come lei […] bollava certi collaboratori illustri. […] Se amavo una scrittrice tanto diversa da lei osavo appena dirlo. […] Il suo straordinario talento era fatto apposta per tenere le distanze. Non solo dalla donna comune ma dalla scrittrice comune. Inoltre Anna Banti non si svelava mai. Questo, a dire il vero, mi pesò. Tentai a più riprese di avvicinarla a me, nonostante le differenze […] No, lei offriva scritti, offriva eventualmente capolavori, ma non voleva né poteva contaminarsi con dei coinvolgimenti piccini. I quali avrebbero messo a rischio la dimensione nella quale viveva: distanza e raccoglimento». La Woolf al contrario, pur privilegiando anch’essa i rapporti selettivi destinati ad un arricchimento reciproco, a tratti sapeva essere anche comica e prendersi con leggerezza, qualità che mancava all’italiana.

Tuttavia, quello che salta all’occhio facendo un lavoro meramente biografico è che le due  ebbero un rapporto ugualmente intenso con l’arte visiva. Vissero al fianco di illustri critici d’arte e pittori assorbendo con tali frequentazioni quella componente figurativa rinvenibile nel modo di narrare dell’una e dell’altra. Al Bloomsbury Group[4] appartenevano diversi pittori a cui Virginia Woolf fu legatissima: la sorella Vanessa con cui visse un rapporto quasi simbiotico, il marito di lei Clive Bell, Duncan Grant e Roger Fry. Quest’ultimo, geniale critico d’arte, organizzò nel 1910 alle Grafton Galleries di Londra la prima controversa mostra postimpressionista intitolata Manet and the post-impressionist  grazie alla quale Virginia comprese che gli stessi principi incarnati in quei quadri potevano essere applicati al suo modo di scrivere con effetto altrettanto sorprendente. «La letteratura era danneggiata da una pletora di vecchi abiti ― affermò anni dopo, nella biografia dell’amico Fry, riferendosi a quel periodo ― Cezanne e Picasso avevano indicato la strada: gli scrittori dovevano gettare al vento la rappresentazione e seguirli»[5]. Manifestando un ritardo dovuto a diversi fattori, i riferimenti della Banti furono altri, primo fra tutti Caravaggio, ma anche in lei «la Storia dell’Arte, direttamente o per tramite ― scrive Enza Biagini ― non ha mai cessato di costituire una direzione-guida […] non solo mediante singole opere di carattere specialistico, dal Lorenzo Lotto al Claude Monet[6], bensì in forma più dispersa, ma più intensa di calco formante, di ogni opera, sia essa di narrativa o di saggistica o di traduzione»[7].

Fu allieva di Roberto Longhi, grande e acuto critico d’arte, che sposò nel 1924, evento biografico che segnò profondamente la sua carriera giacché fu proprio il matrimonio a spingerla nella direzione della scrittura sebbene avesse dedicato i primi anni da laureata in storia dell’arte ― e con Adolfo Venturi[8] ― proprio alle arti figurative lavorando a saggi eccellenti, alcuni dei quali elogiati da personaggi del calibro di Benedetto Croce. «Consideravo la critica la cosa più nobile che uno potesse esercitare. [...] ― spiegò ― L’abbandonai quando capii che avrei fatto della critica d’arte di secondo piano. Avevo sposato Longhi e non potevo permettermelo. Volevo essere io, autonoma». Una rinuncia sofferta, per non vivere in eterno da seconda nell’ombra del marito, che si rifletterà più tardi in molte protagoniste dei suoi romanzi, donne che «colle parole e colle opere»  esigono «il diritto al lavoro congeniale e una parità di spirito fra i due sessi»[9]. Un parità guadagnata con l’intelletto, quella stessa a cui faceva riferimento Virginia Woolf.

Anche la scelta del nome è, a mio parere, figlia di un desiderio di indipendenza intellettuale (Lucia Lopresti, il suo vero nome, non le piaceva): «Mi sarebbe piaciuto usare il cognome di mio marito. Ma lui l’aveva già reso grande e non mi sembrava giusto fregiarmene». Alla fama certa preferì uno pseudonimo, un’identità altra, quella «che mascherandosi crea, e solo creando si sottrae a due prigioni: quella dell’origine e quella del matrimonio. Una identità fiera della propria liberazione. Fiera delle donne che ha vendicato tramite le pene sue, divenute arte: identificazione dopo identificazione»[10].QueDDD

La Banti decise dunque, incoraggiata dal marito, di intraprendere la strada della scrittura, disprezzando al contempo quello che in Italia si andava facendo in ambito letterario, «il cardarellismo, la prosa d’arte, tutta quella letteratura ornamentale, D’Annunzio, il dannunzianesimo» e inventando, attraverso l’amato Manzoni, un proprio genere: l’invenzione storica fondata sulla memoria, dove la condizione femminile e nello specifico l’esclusione delle donne dalla storia divennero la costante delle sue opere. Questo le permise altresì di saziare quel desiderio nato nelle aule universitarie: ridar vita e voce a personaggi meritevoli inghiottiti dall’oblio del tempo. Non abbandonò mai, infatti, «quel gusto di ritessere la vita di uomini immersi nella storia e soffocati dalla storia». Il risentimento che affiora però in molte sue pagine è ben lontano dai consigli della Woolf, che proprio attraverso A Room of One’s Own, esortava le scrittici a liberarsi dall’amarezza e l’odio verso gli uomini e anni di soprusi per non perderne in qualità narrativa. Insegnamento che la Banti credeva ingenuamente di aver fatto suo se ritenne doveroso redarguire Grazia Livi durante una delle sue «incursioni in un campo così alto, così selettivo» ottenendo dalla giovane “allieva” una reazione di stizza. « “Sei troppo femminista! Non ti far prendere la mano”. Proprio lei mi diceva questo! Mi ribellai internamente pensando al suo femminismo, alle donne dei suoi romanzi che avevano ingoiato offese e sofferenze, costruendosi una regalità risentita. Ma non manifestai il mio dissenso e tacqui».

Da una prosa di memoria passò al puro genere narrativo continuando a privilegiare l’analisi sociale della condizione femminile. Già nei titoli è esplicita l’attenzione verso il tormentato mondo del suo sesso: Itinerario di Paolina, Artemisia, Lavinia fuggita, Le donne muoiono, Il coraggio delle donne, Le monache cantano. E i nomi delle protagoniste femminili, pregni di significato, parlano chiaro: Paolina, Felicina, Arabella, Marguerite Louise. Urgente in lei era il bisogno di riscattare «vite di donne di cui non v’è traccia nella memoria degli uomini»[11], correndo il rischio, come accadde, di rientrare nel filone del femminismo. Etichetta, quella di femminista, che detestava e da cui prese le distanze anche per bocca dei suoi personaggi. Eugenia in Allarme sul lago[12] dice in tutte le sue lettere «Non sono femminista, vedete» e ancora, in Un grido lacerante[13], ultimo e autobiografico romanzo pubblicato nel 1981, la Banti spera di chiarire, una volta per tutte, la sua posizione contro ogni tentativo di classificazione forzata « [...] avevano ragione quelli che l’avevano accusata di femminismo, la parola che lei detestava [...]. No, lei non aveva reclamato altro che la parità della mente e la libertà del lavoro, ciò che tuttora da anziana contestatrice la tormentava. Aveva amato pochi uomini, anzi uno solo, ma pochissime donne, e quelle poche, riunite in una favola, sempre la stessa: il mito dell’eccezione contro la norma del conformismo». Un’eccezione a cui aspirò lei stessa fino alla fine dei suoi giorni nel tentativo riuscito di salvaguardare il  trono da cui guardava agli altri, ma soprattutto alle altre. Poche donne a cui spettavano grandi compiti, anche in letteratura, poiché la Banti come la Woolf[14], era convinta che solo una donna potesse cambiare finalmente il romanzo moderno perché portatrice di una intensa sensibilità e in grado di fare della donna un oggetto di racconto diverso dagli scrittori-uomini. Obiettivo questo perseguibile in ogni arte. La scrittura nel suo caso, la pittura per Artemisia Gentileschi.

Anna Banti in Artemisia — considerato il suo capolavoro — celebra «la rivendicazione di una donna del seicento di vivere come artista» dichiarando così la relatività di ogni epoca di fronte al desiderio di espressione del proprio talento. La scrittrice, inoltre, è abile nel restituire alla storia una grande figura di donna condizionata fortemente dal pregiudizio, Artemisia Gentileschi, pittrice caravaggesca della prima metà del ‘600, che all’età di dieci anni fu violentata e «vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro». Sarà proprio l’arte a liberare Artemisia dall’umiliazione, a riscattarla dal passato, a permetterle di ottenere la salvezza infierendo simbolicamente su un Oloferne che sta dipingendo. L’arte però sarà anche una condanna per la pittrice che morirà sola, abbandonata dal marito e dalla figlia, considerata come «una che si è lasciata alle spalle tutti gli affetti e persino il vanto delle femminili virtù, per seguir la pittura solamente». Anche il lettore meno esperto leggendo Artemisia noterà la somiglianza con l’Orlando[15]di Virginia Woolf, avvertendo se non un riferimento almeno un riconoscimento artistico. Il romanzo-satira woolfiano narra la vicenda di Orlando, prima uomo poi donna che, dal tempo della regina Elisabetta, compiendo innumerevoli avventure, giunge al diciannovesimo secolo. Cambiano i tempi, cambia addirittura il sesso ma, in Orlando, rimane immutata la sua passione per la scrittura, «[...] La verità è che Orlando era malato ormai da molti anni. Mai ragazzo aveva mendicato mele o confetti, come Orlando aveva mendicato carta e inchiostro [...], si era nascosto dietro le tende, o negli oratori segreti, o nello spogliatoio dietro la camera da letto di sua madre [...] con un calamaio in mano, una penna nell’altra e un rotolo di carta sulle ginocchia. [...] quelle meditazioni, dato che non poteva farne parola, le fecero desiderare, come mai prima, penna e calamaio. «Ah! Se solo potessi scrivere! », esclamò»[16]. Dunque il desiderio irrefrenabile di Orlando è scrivere come per Artemisia dipingere. Ma le affinità fra i due romanzi sono anche altre e più sottili, «entrambe sono strutturate sul genere biografico e le singole protagoniste hanno un preciso riscontro in un modello storico reale. Anna Banti ha raccontato la storia della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, la Woolf invece si è ispirata all’aristocratica Vita Sackville-West, con la quale aveva condiviso un legame sentimentale e che, attraverso il mito di Orlando, voleva rendere androgina ed immortale. Nel testo questi due personaggi rivivono le loro esperienze, mostrandosi sempre in bilico tra la realtà storica, cioè il loro essere già state, e la finzione romanzesca, vale a dire l’evolversi delle loro vicende nel tempo della scrittura. Entrambe sono donne ed artiste, ma si sentono perennemente inappagate, [...]. Nessuna delle due è a suo agio nel proprio ruolo di donna e non disdegna “di cambiare [temporaneamente] i propri abiti con quelli maschili e andarsene”. Orlando concretizza questa insoddisfazione nell’irrequietezza con cui attraversa luoghi, tempi e sessi diversi; Artemisia invece esprime il proprio disagio nell’incapacità di conciliare l’essere donna con il fatto di essere anche un’artista. La scrittura per l’una e la pittura per l’altra rappresentano l’unico punto fermo, il rifugio da una vita caratterizzata comunque dalla solitudine. Il successo, infatti, le consola, ma non riesce a cancellare l’angoscia per il fallimento della loro vita privata: entrambe sono state costrette ad un matrimonio di circostanza e tuttavia continuano a sognare un’unione sincera ed appassionata. Vivere l’esperienza dell’altro sesso, in parte appaga le loro insoddisfazioni, così Orlando improvvisamente si risveglia donna, sebbene continui ad oscillare tra le due identità; Artemisia, pur senza subire metamorfosi, vive una vita da uomo, sola ed indipendente»[17].

Un nome spesso associato ad Artemisa è quello di Lavinia, la protagonista di Lavinia fuggita[18]. Il periodo di ambientazione è più o meno lo stesso, siamo nella Venezia del 1700. Questa volta si tratta di un racconto, contenuto nella raccolta Le donne muoiono, che permise alla Banti di aggiudicarsi il premio Viareggio 1952. Lavinia, a cui «per sortilegio le difficoltà si scioglievano» tanto da risultarle ogni cosa congeniale, è una delle trovatelle dell’Ospedale della Pietà dove le ragazze vengono cresciute fra lezioni di tombolo, ricamo, canto e strumento. È il maestro Antonio Vivaldi in persona che ha il compito di insegnare il violino e far eseguire e intonare le musiche che compone per loro, ma a Lavinia questo non basta. Ribelle, insofferente alle costrizioni e ben consapevole delle sue capacità, l’orfana custodisce un quaderno di musica ove raccoglie le partiture che compone di nascosto e sostituisce a quelle del maestro per il piacere di sentirle suonate e perché conscia che l’opera per vivere necessita della relazione, dello scambio fra autore e fruitore, artista e pubblico. Scoperta e severamente punita per l’intollerabile trasgressione all’ordine costituito avendo osato irrompere in uno spazio sacro non consentito al sesso femminile, Lavinia sceglie la via della libertà fuggendo forse verso quelle terre d’oriente che aveva sempre vagheggiato, «devo tornare laggiù, qui non c’è posto per me, e ho bisogno di spazio. Mi vestirò da uomo, farò il pastore, all’aperto, sotto il sole e la luna»[19]. Realizzando l’impossibilità di esistere privata dell’atto creativo sacrifica le certezze di una vita decisa per assaporare il senso di onnipotenza dato dalla padronanza del proprio destino. Il quaderno, i cui fogli si spargono nel paesaggio e si trasformano in vele, rimanda alla creatività femminile diventata libera e consapevole e, custodito dalle amiche, rimarrà a testimonianza che un altro modo di creare è possibile.

Artemisia, Lavinia e quasi tutte le donne bantiane in sintesi sono vittime del tempo in cui vivono e di quel conformismo storico avvertito come ostacolo invalicabile a quella realizzazione artistica che avrebbe permesso loro di ritagliarsi un posto nella storia. Donne «indignate e superbe»[20] che non concepiscono l’esistenza senza la composizione, così come la stessa Banti che descrivendo Lavinia ma parlando di se stessa dice «lei non si curava di soprusi, eppure aveva fama di superba» a confermare che era l’amore per tutte le forme artistiche a distrarla dal mondo esterno facendola apparire fredda e ostile, così come per la Woolf che finirà per uccidersi quando realizzerà l’impossibilità di scrivere in tempo di guerra.

Instancabile poligrafa è riduttivo ricordare Anna Banti esclusivamente come scrittrice: essa fu una figura straordinaria tout court. A partire dal 1950 svolse anche un importante ruolo culturale, fondando nel 1950, insieme a Roberto Longhi, la rivista Paragone, di cui curò la sezione letteraria per quasi un quarantennio come appassionato interprete dei classici e lettore di esordienti e di cui divenne direttore alla morte del marito nel 1970. Sulla rivista apparvero regolarmente i suoi interventi di critica letteraria e cinematografica mentre su quotidiani e settimanali pubblicava articoli di costume e lavorava a romanzi, racconti, contributi all’opera di grandi narratrici dimenticate e talenti incompresi (Lorenzo Lotto, Matilde Serao) quasi avesse saputo che le sarebbe toccata la stessa sorte. «È difficile discriminare se più nuoccia alla fama di un artista essere dimenticato che mal conosciuto ― scrisse nella biografia di Lorenzo Lotto ― e vien voglia di decidere che se un grande spirito potesse scegliere, preferirebbe il silenzio alle mezze parole».

Figura centrale della vita culturale fiorentina, città in cui visse dal 1938, la sua esistenza fu segnata da un lavoro ininterrotto e fecondo fino al suo ultimo romanzo autobiografico Un grido lacerante. Lasciando ogni sua proprietà alla Fondazione Longhi morì a Ronchi di Massa il 2 settembre 1985. Se ne andava una protagonista del secolo in corso eppure la sua morte passò quasi in sordina. Anna Banti non rispecchiava i gusti del pubblico medio forse perché la sua scrittura raffinata non è accessibile ai più, forse perché era schiva e si teneva distante dal mondo comune o forse perché per lunghi anni, dirigendo la parte letteraria della rivista Paragone, aveva governato il mondo culturale tagliandone fuori molti. Caparbiamente tuttavia, proprio attraverso la rivista, ebbe il merito di valorizzare autori italiani come Pierpaolo Pasolini e Beppe Fenoglio dimostrando di essere molto attenta anche a certe tematiche. Quando Fenoglio vinse il premio Alpi Apuane a cui partecipò sotto sua pressione dichiarò: «Nessuno ha mai pensato a Fenoglio. Dobbiamo essere fieri di averlo fatto noi. Domani molta gente riconoscerà di aver avuto torto e che la ragione era dalla nostra parte». Arrivare a Fenoglio mi dà la possibilità di congedarmi dalla Banti e lasciare spazio alle ultime due figure. Anche nello scrittore piemontese è, infatti, rilevante la componente femminile. Esistono due tipi di donne nell’opera fenogliana, “le inermi” cioè quelle che hanno vissuto la Resistenza passivamente, quasi annoiate come la Elda del Partigiano Johnny[21]e quelle di Appunti Partigiani[22], le staffette, quelle che la Resistenza l’hanno fatta, proprio come gli uomini, proprio come Teresa Noce e Frida Malan.

Tiziana Rubano


[1] V. Woolf, A Room of One’s Own, The Hogarth Press, Londra 1929 (trad. Ital. di S.Perosa, Una stanza tutta per sé, in Romanzi e altro, Mondadori, Milano 1982). Il saggio è un viaggio sulla condizione della donna artista attraverso la storia e alle mancanze con cui essa ha dovuto da sempre fare i conti. Simbolo provocatorio di tutte queste generazioni di donne, Judith, ipotetica sorella di Shakespeare che l’autrice introduce per dimostrare come una donna con gli stessi doni del poeta inglese avrebbe visto negate le stesse opportunità a lui concesse. La Woolf svela anche l’impossibilità di potersi dedicare ad una forma d’arte qualsiasi restando inseriti negli ingranaggi della società. È per lei inconcepibile pensare ad un’artista che debba occuparsi anche delle incombenze della casa, in quanto l’arte è sinonimo di concetti eterni ed infiniti difficilmente conciliabili con il tempo della giornata. Di qui la necessità di avere una stanza tutta per sé (dove riflettere e creare) e del denaro (per avere la possibilità di farlo).

[2] V. Woolf, Jacob’s Room, The Hogarth Press, Londra 1922; Harcout Brace & Co., New York 1923; paperback, Grafton. Londra 1976 (trad.Ital. di A.Banti, La camera di Jacob, Mondadori, Milano 1990).

[3] G. Livi, Narrare è un destino, La Tartaruga Edizioni, Milano 2002.

[4] Per Bloomsbury Group si intende il circolo di intellettuali di cui Virginia Woolf  (in origine Stephen) e la sorella Vanessa furono il fulcro. Il nome prende origine dal quartiere di Londra ove erano soliti incontrarsi il giovedì sera, a casa delle due donne. I bloomsburies erano accomunati dal rifiuto verso le costrizioni e i tabù dell’era Vittoriana in campo religioso, artistico, sociale e sessuale.

[5] Roger Fry. A Biography, The Hogarth Press, Londra 1940; Harcout Brace & Co., New York 1941; paperback, Grafton, Londra 1978 ( trad. Ital. di N.Fusini in Virginia Woolf. Saggi, prose, racconti, ed. I Meridiani, Mondadori, Milano 1988).

[6] A. Banti, Lorenzo Lotto, Sansoni, Firenze 1953; Claude Monet, Garzanti, Milano 1956.

[7] E. Biagini, Anna Banti in Civiltà Letteraria del Novecento, Mursia Editore, Milano 1978.

[8] Adolfo Venturi (1856-1941) fu uno storico dell’arte. Fondatore dell’Istituto di Storia dell’arte (ora Dipartimento) dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, il primo in Italia. A lui si deve la Storia dell’arte nazionale come disciplina moderna e il riordino, tra fine Ottocento e inizi Novecento, delle istituzioni del patrimonio artistico italiano.

[9] A. Banti, Artemisia, Sansoni, Firenze 1953 (ripubblicato da Mondadori, Milano 1953, 1969 in Due Storie e nel 1974 negli Oscar).

[10] Grazia Livi, op.cit.

[11] Enza Biagini, op.cit.

[12] A. Banti, Allarme sul lago, Milano, Mondadori  1954 (premio Marzotto 1955).

[13] A. Banti, Un grido lacerante, Rizzoli, Milano 1981.

[14] La Woolf sosteneva che la donna «potesse dire una parola nuova nell’ambito del romanzo moderno». G. Gadda Conti, introduzione a La Crociera di V. Woolf, Rizzoli, Milano 1974.

[15] V. Woolf, Orlando, The Hogarth Press, Londra 1928; Harcourt Brace & Co., New York 1929; paperback, Grafton, Londra 1977 (trad. Ital. di A. Scalero, Orlando, Garzanti, Milano 1978).

[16] op.cit.

[17] M.G. Terranova, articolo Percorsi di scrittura. Fonte www.medmedia.org.

[18] A. Banti, Lavinia fuggita in Le donne muoiono, Milano, Mondadori 1951.

[19] op.cit.

[20] Artemisia, op.cit.

[21] B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1994.

[22] B. Fenoglio, Beppe Fenoglio, Appunti partigiani 1944-1945, collana I coralli, Giulio Einaudi Editore, 1994

SENZA

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Stasera e domani, Spazio Bellarte, Via Bellardi 116 – Torino

 

Un bel mattino, a Milano, a Roma, o in qualsiasi altra città del mondo, le lampadine non si accendono, il frigorifero è spento, niente caffè al bar, niente benzina alle pompe. In un batter d’occhio crollano banche e assicurazioni, il denaro non vale più. Il panettiere con forno a legna è preso …d’assalto, tornano in auge le biciclette e l’energia prodotta dal sole, dal vento e dai combustibili vegetali finalmente si afferma. Le città si svuotano e si riempiono di nuovo le campagne. E ovunque si ritorna spontaneamente a riunirsi, a discutere, a riscoprire il senso della comunitá. Lo spettacolo è liberamente ispirato a “L’apocalisse rimandata” di Dario Fo, dove l’ipotesi della fine del petrolio scatena una serie di eventi, che in fondo non sono poi così catastrofici.

Con: Stefano Breglia, Isabella Forza, Tiziana Landolfo, Fabio Liberatore, Enrica Martino, Myriam Parente, Simona Patané, Gloriana Pilato, Patrizia Polesi, Silvia Robutti, Tiziana Rubano, Emanuela Sarzotti, Marco Spini, Giovanna Tancorra, Davide Teodoro, Walter Usai, Giovanna Villa, Marilena Zanetta, Clara Zanni

Regia: Roberto Micali e Patrizia Spadaro

Ingresso gratuito, prenotazione obbligatoria

Info e prenotazioni
Tel: 335-7669611
Email: artemuda@yahoo.it
Internet: www.artemuda.it

I CUSTODI DEGLI ALBURNI: IL LIBRO.

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Durante la seconda edizione de “I Custodi degli Alburni”, l’associazione L’Auriga Cilento ha presentato e promosso la pubblicazione relativa alla prima edizione della manifestazione stessa, la quale contiene al suo interno interventi dei più noti storici locali oltre che un’ampia digressione sul marketing territoriale. Nello specifico:

• I Parte: I briganti degli Alburni

o Premessa di Tiziana Rubano
o Il brigante: chi era costui? di Pietro Golia
o Insorgenze e brigantaggio in Basilicata e Principato Citra (1860-70) di Giuseppe Melchionda
o La rivolta anti-unitaria nel territorio degli Alburni di Generoso Conforti
o Albanella: terra di briganti? di Gaetano Ricco
o Cunti au frisc ‘nnanz i port di Alberto Vernieri e Giorgio Mottola
o Francesca e gli altri: i briganti altavillesi di Oreste Mottola
o La prima grande ondata migratoria altavillese di Bruno Di Venuta

• II Parte: Il marketing come risorsa e sviluppo di un territorio di Elda Lettieri

Non essendone rimasta copia, invitiamo coloro che fossero interessati all’ordine di inviarci una mail all’indirizzo aurigacilento@gmail.com o agli indirizzi privati dei membri del Consiglio Direttivo per facilitare il lavoro di ristampa. Ricordiamo che il testo si riceve in omaggio con il tesseramento Auriga (€ 10) mentre per i già soci è richiesto un contributo simbolico di € 5 per la sola copertura dei costi di spedizione e stampa.

Comunicato Auriga Cilento:

In occasione del “Processo all’ Amara Unità” svoltosi presso Palazzo Spinelli, il comune di Albanella, nella persona del Presidente del Consiglio Comunale Valeria Mazzarella ha voluto onorarci di un riconoscimento per il lavoro svolto in collaborazione con le Istituzioni e per la popolazione. Ringraziamo sentitamente nella speranza che in futuro siano ancora più prestigiosi gli eventi che ci vedranno operare al loro fianco.

Al via la seconda edizione de “I Custodi degli Alburni”

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Nuovo appuntamento dedicato alla riscoperta di uno dei periodi fra i più oscuri della storia meridionale, quello post unitario, d’importanza straordinaria anche per la storia dei paesi a ridosso degli Alburni. L’evento, organizzato da L’Auriga Cilento, prende il via la mattina del 2 giugno presso “Il Borgo Antico”, bar sito nel cuore del centro storico di Altavilla Silentina che per l’occasione assumerà le vesti di salotto letterario ospitando la scrittrice Dora Liguori. Attraverso tre dei suoi libri, l’autrice di “Memento Domine”, racconterà fatti e misfatti di un’azione politica e militare poco conosciuta che rese possibile ai Savoia la conquista del meridione d’Italia. Da anni residente a Roma, ma originaria di Contursi, grazie ai racconti raccolti in “Storie di piccola gente”, in cui si concentra su quel lembo di terra che accompagna il fiume Sele, la scrittrice ripercorrerà anche le trasformazioni avvenute nella popolazione della bassa provincia salernitana dall’arrivo dei piemontesi alla metà del secolo scorso. Il pomeriggio ci si sposta nella Piana, presso l’Azienda Agricola Di Feo di Olivella, dove alle 16,30 saranno premiati i partecipanti del concorso a tema rivolto alle scuole medie e alle 18,00 avrà inizio il convegno “Rientro e rilancio del cavallo Razza Governativa di Persano. Tutela e valorizzazione di identità locali in una logica di sviluppo territoriale sostenibile” alla presenza di storici, istituzioni, esperti del settore. Per anni lontano dal luogo natio, considerato per un secolo appartenente ad una delle razze più fini esistenti in Italia, il cavallo razza Persano è finalmente tornato a casa. Questo è avvenuto grazie alla perseveranza dell’associazione Persano nel Cuore presieduta da Antonino Gallotta impegnata da tempo nella promozione della storia e tradizioni del territorio della Real Casina. L’indomani alle 19,00, presso Palazzo Spinelli di Albanella trasformato per un giorno in aula di tribunale, torna Dora Liguori che, con il suo “Processo”, riprodurrà le ragioni dei protagonisti di quell’“amara” Unità d’Italia. Così, i vari Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini, Garibaldi e Francesco II proveranno a discolparsi per bocca dei loro avvocati, tali anche nella vita. Al Popolo Sovrano, rappresentato dal pubblico presente in sala, sarà consegnata una scheda per la sentenza popolare. Si vota con un segno di croce su colpevole o innocente, depositando la scheda nell’urna appositamente predisposta. La Corte, dopo il dibattimento, costituirà il seggio elettorale ed eseguirà lo spoglio delle schede, proclamando la sentenza popolare. Per maggiori informazioni  347/7787155 o www.aurigacilentonews.blogspot.com.
Ufficio Stampa
L’Auriga Cilento

Elezioni Altavilla: indiscrezioni, subito smentite, sul candidato sindaco Antonio Marra

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Pasquale Perillo e Antonio Marra

Pubblicato su “Roma” 07/05/2011

Continua la campagna elettorale ad Altavilla Silentina e non si risparmiano colpi bassi. Dopo l’esclusione per irregolarità e rapida riammissione da parte del Tribunale Amministrativo Regionale della lista “Altavilla Aperta” capeggiata da Michele Gallo, un nuovo colpo di scena piomba a scuotere gli animi già accesi di candidati e cittadini. É di ieri, infatti, la notizia pubblicata dal quotidiano Metropolis e da alcune testate locali online dell’ipotesi di ineleggibilità dell’aspirante sindaco Antonio Marra, dato vincente dai sondaggi, a cui viene contestato il fatto che nella qualità di legale rappresentante della Miami Immobiliare 2001 srl, al fine di evadere le imposte sui redditi, ha indicato nella dichiarazione annuale relativa a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo. In questi giorni, secondo quanto scritto, Marra si sarebbe dovuto presentare a Eboli presso la sede distaccata del Tribunale di Salerno per rispondere alle accuse. “Sono a posto con il fisco” ha dichiarato il geometra e costruttore raggiunto telefonicamente dalla redazione “ho saldato il dovuto già nel luglio scorso. Non esiste alcun reato. Gli accertamenti risalgono al 2008 e seguono il decreto Bersani relativo alla compravendita di immobili. È una bufala messa in piedi da qualcuno”. L’udienza, ha confermato il leader di “Tutti per Altavilla”, era fissata per il 3 maggio ed è stata rinviata in altra data per problemi di natura organizzativa e processuale ma fa parte di un iter avviato che obbligatoriamente deve proseguire sebbene la cosa sia stata già risolta. Il procedimento a carico di Antonio Marra inoltre, ha tenuto a precisare l’ufficio stampa del candidato attraverso un comunicato stampa, ha ad oggetto una presunta violazione dell’art.4 del D. Lgs. 74/2000 per una  errata e distorta valutazione e interpretazione, da parte dei Funzionari dell’Agenzia delle Entrate, di un concordato amministrativo per fatti risalenti prima dell’anno 2005. Di conseguenza ad attività istruttoria conclusa e nelle successive udienze, tra cui quella in cui si rassegneranno le conclusioni, l’avvocato di fiducia chiederà sentenza di non doversi procedere poiché l’azione penale non doveva essere iniziata né continuata. Dunque il fatto -  garantiscono i legali di parte – non sussiste, non costituisce reato e l’imputato non l’ha commesso. Marra può dormire notti tranquille, pensare ai suoi comizi che vedono sempre il “tutto esaurito”,  studiare una strategia per spuntarla su Gallo a capo di una squadra compatta e volenterosa e Vincenzo Baione, presidente dell’attuale consiglio comunale che con “Altavilla Insieme” spera di dare seguito all’amministrazione Di Feo suo compagno anche in questa nuova avventura. I cittadini, invece, possono sperare che con quest’ultima sia calato il sipario sul teatrino dei tiri sporchi e si ricominci, o meglio si cominci, a giocare duro ma sui palchi e fra la gente. Che nostalgia per i tempi in cui, nei periodi elettorali, si parlava di politica. Tiziana Rubano

Altavilla Silentina: al via la campagna elettorale

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Pubblicato in data 05/05/2011 su “Roma”

Con l’inizio dei comizi è entrata nel vivo la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale di Altavilla Silentina. Da domenica scorsa i candidati alla poltrona di sindaco affiancati dalle loro squadre stanno presentando programmi e diffondendo promesse alla popolazione divisa dalle opinioni ma unita da un forte desiderio di rinnovamento. Riammessa la lista “Altavilla Aperta” dal Tribunale Amministrativo Regionale che ha ritenuto illegittima la sua esclusione per ritardo nella consegna e incompletezza della documentazione, si sono presentate ai blocchi di partenza, la mattina della Festa dei lavoratori, tre compagini. La lista n.1 “Tutti per Altavilla”,  guidata dal “re del mattone” Antonio Marra, ha avuto il compito di aprire le danze al consueto comizio di inaugurazione svoltosi nella piazza del capoluogo. Il tempo concesso loro è stato equamente ripartito fra l’aspirante primo cittadino e alcuni dei nomi noti che appoggiano la sua candidatura. Moderati da Francesco Cembalo, il grande sconfitto delle scorse elezioni, sono emersi fra questi Carmine Cennamo, il funzionario sindacale assente dalla scena politica locale da oltre vent’anni che non ha perso la voce né la verve del suo periodo socialista e l’architetto Pasqualino Perillo. Delusione per la scelta di riservare l’intervento di Enzo Giardullo ai prossimi giorni. Dalla platea in molti erano ansiosi di sentire le ragioni, ben note per la verità, che hanno costretto il commercialista di Borgo Carillia al divorzio con il sindaco uscente Antonio Di Feo. Quest’ultimo, dopo otto anni di amministrazione, ha declinato l’invito a dedicarsi unicamente al suo impegno provinciale e si prepara ad affrontare il delicato momento con la solita, invidiabile, aplomb. Spicca, infatti, il suo nome fra i consiglieri della lista n.2,“Altavilla Insieme”, capeggiata dall’attuale presidente del consiglio comunale Vincenzo Baione, infermiere professionale presso l’ospedale di Roccadaspide che ha tenuto per sé la mezz’ora concessa per presentare nel dettaglio l’intero programma. Infine, a conclusione, la novità rappresentata da “Altavilla Aperta”, in dubbio fino a pochi giorni fa, a cui hanno dato voce nel primo incontro pubblico l’informatore scientifico avvezzo alla politica Sergio Di Masi e il capolista Michele Gallo, avvocato e depositario delle speranze dei molti giovani che a lui si sono affidati per tentare l’aspirato cambiamento, come Piero Lettieri, volto dell’associazionismo locale, Franco Benedetto memoria storica del paese nonostante l’età e Alfonso Verruccio, cameraman di Pagine del Cilento. La ricca mattinata ha visto un alternarsi di interventi pacati e di studio reciproco. Già dalla serata, invece, di diverso taglio sono state le arringhe dei singoli presso le principali contrade – Cerrelli, Scalareta e Carillia – dove i candidati dell’una e dell’altra lista non hanno risparmiato frecciate ai concorrenti. Fa notizia la totale assenza di donne. Di 39 nomi neanche uno femminile. Un’occasione persa per le tante eccellenti professioniste del posto, ma soprattutto per la scena politica locale che ne avrebbe certamente ricavato valore aggiunto. Il rinnovamento passa anche da lì. I programmi sono ambiziosi e se solo si realizzasse la metà dei progetti Altavilla diventerebbe il fiore all’occhiello di quello splendido fazzoletto di terra incastrato fra la Piana del Sele, il Calore e gli Alburni con il suo particolare centro storico, che oggi si presenta come un disordinato ammasso di vecchie case, alcune vittime della scelleratezza di proprietari privi di senso estetico, il Castello ridotto a rudere che nella piazza principale svetta a ricordare l’insensibilità storico-artistica dei responsabili del suo destino e le due chiese simbolo, Sant’Egidio e San Biagio, vergognosamente chiuse dal terremoto dell’80. E non solo. Altavilla per rinascere deve anzitutto sconfiggere quel secolare campanilismo tra frazioni così spicciolo e ridicolo nell’era della globalizzazione, ma il timore diffuso è che proprio il campanilismo giocherà un ruolo fondamentale nella conta dei voti dato che due aspiranti sindaco su tre provengono da Cerrelli e rischiano così di dividersi le preferenze. Vedremo se, come già accaduto, fra i due litiganti sarà il terzo a goderne. Certo è che, a prescindere da chi avrà la responsabilità di governare questo paese morente, la vera vittoria collettiva sarà rappresentata – speriamo! – dalla formazione di un’opposizione seria, vigile e affidabile, elemento sconosciuto da troppi anni. Le colpe vanno sempre divise. Tiziana Rubano

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